Due settimane fa mi chiama il buon
lucifero con un dubbio che lo assilla.
"Insomma" mi chiede "ma il Tavernello, fa DAVVERO così schifo?"
Io non posso che ammettere di non averlo mai assaggiato.
lucifero incalza
"E poi: sarà più schifoso il Tavernello o il Gotto d'Oro?"
Ribadisco la mia ignoranza in materia.
Rendendoci conto che tale lacuna NON poteva rimanere nelle nostre vite, abbiamo deciso di procedere all'analisi di tre vini "cult" del vino a basso costo in Italia.

Ritengo inoltre doveroso fare alcune precisazioni
1) a parlare di grandi vini siamo capaci tutti! Sì, insomma, che il Tignanello o il Sassicaia siano vini eccezionali si sa! Grandi profumi, grandi strutture, immense persistenze aromatiche...ma i vini da due soldi? è lì che l'analisi si fa necessaria e insidiosa!
2) questo post assolve ad un lodevole compito sociale, ossia rispondere ad una domanda assillante! "ma fanno davvero così schifo? e qual'è il peggiore?"
Bene! Dopo un duro lavoro,


posso finalmente farvi avere le vostre risposte!
Iniziamo dal Castellino

Sull'etichetta leggiamo un promettente "Elegante come i profumi della primavera"
Vedremo...
Intanto due parole: il Castellino è un Vino Da Tavola (da adesso in poi VdT) il che significa che l'unica restrizione che la legge gli impone è che le uve provengano da e siano vinificate in Italia. Sull'etichetta il produttore non può riportare l'annata della vendemmia e non è tenuto ad indicare i tipi di vitigni utilizzati.
In pratica di questo vino non sappiamo nulla.
Si presenta nella caratteristica confezione in tetrapak e, leggendo, scopriamo che è stato confezionato il 12 agosto del 2004 dalla C.V.P. di Forlì.
L'esame:
Alla vista si presenta giallo paglierino scarico e trasparente. L'esame visivo è fondamentalmente positivo: poca concentrazione del colore, ma nessuna nota negativa e, in generale, una buona vivacità cromatica. Unica nota curiosa: non sono riuscito a definire la consistenza. Il vino scivola sulle pareti senza traccia del suo passaggio. Un fatto, questo, che si ripete identico per tutti e tre i vini. Non potendo essere certo che non si tratti dei miei bicchieri, decido di non dare peso alla cosa.
Al naso il vino è ingannevole: si presenta al principio con un gradevole fruttato di albicocca molto dolce. Man mano che si annusa, però, il dolce si tramuta in dolciastro, con una nota decisamente sgradevole.

Questo tipo di note è caratteristico in casi di cattiva vinificazione e, soprattutto, in caso di cattiva qualità delle uve. Infatti note dolciastre come queste sono tipiche quando le uve sono raccolte troppo mature oppure sono raccolte e poi lasciate nelle cassette a "marcire"
Chiuderei qui l'analisi di questo vino, bollandolo come negativo, ma decido, in ogni caso, di proseguire per completezza.
All'assaggio il Castellino è eccessivamente morbido, quasi molle, senza alcuna spinta di freschezza o sapidità. Il palato rileva soltanto tracce alcoliche e una grassezza eccessiva e pastosa.
In via retronasale si ripresentano i profumi dolciastri dell'esame olfattivo, che scompongono la bocca, lasciandola impastata e con un gran desiderio di una sorsata d'acqua.
Il Castellino, nonostante le roboanti promesse dell'etichetta, è davvero un vino pessimo! Da evitare decisamente!
Il costo è di circa un ero e mezzo (bottiglia da un litro) e l'alcol è di 10,5 gradi.
Proseguiamo con il Tavernello.

Anche lui è un VdT, anche lui si presenta nella nota confezione in tetrapak.
Dall'etichetta scopriamo che è stato confezionato il 17 settembre del 2004 dalla Caviro a Faenza.
L'esame visivo rivela un giallo paglierino trasparente e decisamente scarico. Anche in questo caso di fa notare una piacevole brillantezza del colore. Anche in questo caso non riesco a rilevare la consistenza.
In ogni caso alla vista il vino si presenta positivamente.

All'olfatto il vino è quasi impercettibile. Leggere note floreali e una sottile nota minerale si levano su un vago sentore alcolico. In generale al naso nulla di particolarmente gradevole, ma anche nulla di particolarmente grave. Fondamentalmente un vino anonimo e di scarso impatto, ma se non altro vinificato senza errori.
All'assaggio trionfa l'acidità, ossia la freschezza. Sembra quasi di bere una spremuta di limone: lo scarso corpo del vino e il basso tenore alcolico non riesco a contrastare pienamente la durezza del vino che appare quindi poco equilibrato.
Il Tavernello, insomma, è meno peggiore di quello che pensavo: la freschezza eccessiva potrebbe essere riequilibrata bevendolo su cibi grassi, anche se la scarsa struttura sconsiglia di provarlo su piatti troppo elaborati. In pratica potrebbe andar bene su una bruschetta con molto olio o su pane e burro.
In ogni caso, seppur senza note positive, non ci sono da segnalare neanche note negative.
Il costo è di circa un
euro e mezzo (confezione da un litro) e l'alcol è di 10,5 gradi.
Arriviamo quindi al Gotto d'Oro.

E' un vino diverso dagli altri. Siamo infatti di fronte ad un Lazio IGT (indicazione geografica tipica) il che ci rassicura sul fatto che le uve sono state raccolte in zone vocate del Lazio, definite dal disciplinare.
Venduto in bottiglie di vetro magnum (ossia da un litro e mezzo) con tappo a vite, è imbottigliato dalla Gotto d'Oro di Frattocchie.
All'esame visivo si presenta giallo paglierino scarico e di scarsa concentrazione. In ogni caso il colore è limpido e compatto, anche se il vino si presenta poco consistente.

All'esame olfattivo si percepiscono aromi fruttati, floreali e una piacevole nota minerale, molto caratteristica nei vini laziali.
Tutti i profumi sono leggeri, ma tutti piacevoli e al naso non si registrano note sgradevoli o dissonanti.
In bocca ha una struttura poco convincente, mentre risultano gradevoli la sapidità e la freschezza. Anche questo vino pende decisamente verso le note "dure", con un corpo che non contrasta pienamente l'acidità e la mineralità. In ogni caso presenta un migliore equilibrio ed una buona serbevolezza. La persistenza olfattiva, seppur non lunghissima, è pulita, con un piacevole ritorno della nota minerale e un leggero ammandorlato, anche questo tipico dei vini del Lazio.
Si tratta di un vino facile, beverino, senza particolari pretese, che ben si può sposare con primi piatti della tradizione romana e con antipasti di affettati.
Lo trovate a circa 2
euro e mezzo (la bottiglia da 1 litro e mezzo), la gradazione è di 11 gradi.
In sintesi?
Dopo averci riflettuto un pò...

...direi che il Gotto d'Oro vince a mani basse la "competizione". Non griderò al miracolo, nè tanto meno affermerò che si tratti di un gran vino, ma se non altro è onesto: di poche pretese ma fatto in maniera da risultare pulito e mai sgradevole. Non è un vino che vi affascinerà per le sensazioni olfattive o gustative, ma se non altro si lascerà bere senza troppi rimpianti, magari in quelle serate in cui si punta decisamente sulla quantità piuttosto che sulla qualità.
Il Castellino...beh, sì, buttatelo! Fatto davvero male, con uve probabilmente già in fase di marcescenza e dal sapore davvero molle e grasso.
Il Tavernello presenta il pregio di essere anche lui un vino "pulito" ma l'eccesso di acidità pesa veramente troppo sull'equilibrio del vino, lasciando in bocca la sensazione di aver morso un limone.
E con questo vi saluto e alla prossima!
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